Veronica Gambara. Il vero ritratto?
Studio Liquor Vitae — Pietro Vocale e Liliana Vocale, 2017 · 61 pagine
Alcuni anni fa, in una raccolta gentilizia romana tra dipinti antichi e collezioni varie, venne in luce un ritratto inquietante: un personaggio in armatura, l’elsa di una spada in mano, lo sguardo intenso e severo. Le sembianze sembravano quasi mascoline. Sul verso del telaio, una vecchia targhetta di carta diceva solo: «La Veronica Gambara» — e la data 1520.
La prima impressione fu di incredulità. Come poteva essere la celebre poetessa petrarchista di Correggio quella figura da eroe o da virago? Pietro e Liliana Vocale scelsero di non liquidare il quadro: cominciarono le verifiche, e le sorprese furono abbastanza da meritarne un libro intero.


Veronica Gambara nacque a Pralboino nel 1485. Sposa di Giberto X di Correggio, vedova dal 1518, fu ricordata per la cultura, l’eloquenza e un salotto letterario che contava nomi come l’Ariosto. I biografi non la dipingono come una musa delicata: Rinaldo Corso, che la conobbe, parla di corporatura alta e forte, di un viso «non molto delicato» ma di una conversazione capace di ammirazione. Quella tensione — forza e spirito piuttosto che grazia convenzionale — è il filo che lega le fonti scritte ai ritratti che le sono stati attribuiti nei secoli.


Per secoli la «vera» immagine della Gambara è stata un campo di battaglia. Brescia, Parma, Lonato, litografie dell’Ottocento, la dama dell’Hermitage segnalata da Roberto Longhi nel 1958 e contestata da studi successivi: etichette al verso, tradizioni di famiglia e ipotesi di grandi nomi non bastano. Lo studio di Finzi sulla ritrattistica della poetessa resta la mappa più densa di quel labirinto. Ogni nuova tela con un cartellino «Veronica Gambara» chiede cautela, non entusiasmo.
Il volume del 2017 non chiude la causa. Aggiunge un tassello: l’olio su tela romano (cm 51×43 circa), non firmato, emerso senza documenti di provenienza chiari tra gli ultimi eredi della casata. Gli autori lo mettono a confronto con le fonti storiche e con la ritrattistica già nota — costume da eroina, spada, sguardo fermo — e con possibili circuiti artistici del secondo e terzo decennio del Cinquecento, inclusa la presenza a Roma intorno al 1520 di artisti come i Dossi. Non c’è la pretesa di una certezza attribuita a stampa; c’è la volontà di offrire il dipinto a un pubblico più ampio di studiosi, nella speranza che qualche archivio ancora chiuso dica di più.


Così *Il vero ritratto?* resta fedele al punto interrogativo del titolo: un’indagine di galleria e di studio, non un verdetto. Chi legge esce con un ritratto più ricco della poetessa — e con un’immagine in più da discutere. Del volume restano disponibili alcune copie.